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Il corpo tossico del godimento

È il pregnante titolo di una recensione-analisi di Pietro Bianchi su "The Wolf of Wall Street" di Martin Scorsese. Ne riporto un breve estratto.
Per riuscire ad anestetizzare completamente ogni elemento divisivo, assume un ruolo di primo piano l'uso di sempre nuove modalità di sballo che si ripetono lungo tutto il film. Non è solo l'enorme spazio che hanno le droghe (dal crack, alla cocaina, alle pastiglie di medicinali come Quaalude o Xanax) ma è, in modo ancor più radicale, la rappresentazione di una dimensione dell'esperienza dove nulla viene assunto tramite la mediazione della propria soggettività ma solo tramite un corpo. Un corpo intransitivo, che non rimanda a nient'altro, che non si fa nemmeno parola. Un corpo che è puro godimento, che è pura pulsione. Per questo motivo The Wolf of Wall Street non è un romanzo di formazione. Perché non c'è l’esperienza di un soggetto, ma solo quella di un corpo pulsionale.
Ma l'anestetizzazione che cancella la domanda soggettiva, prima ancora che essere corporea, è etica. Nessuno in questo film prova mai un senso di colpa, né una qualche esperienza di dubbio o di riflessività, nemmeno di fronte alla morte che significativamente viene citata tre volte e sempre senza batter ciglio, quasi come se fosse un evento come un altro (un collega suicida, che viene menzionato en passant da Jordan mentre sta parlando delle abilità sessuali di un'altra collega; la zia Emma, che desta preoccupazione solo perché faceva da prestanome di un conto in Svizzera –, e l'amico Brad che nonostante venisse presentato come uno degli amici più fidati ci viene detto che muore a 35 anni di attacco di cuore mentre lo vediamo avere un rapporto sessuale con diverse ragazze nello stesso momento)...
Leggi l'intero articolo su "Le parole e le cose" (26 gennaio 2014).

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