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Dopo la morte del nemico, la “civiltà” esige il lutto / Après le meurtre de l’ennemi, la "civilisation" exige le port du deuil

"Il saggio cinese Lao-Tzu esprime, nel capitolo 31 del Tao Teh King, [... l'] obbligo di prendere il lutto per chi ha dovuto, costretto dalla necessità, ricorrere alla violenza contro il suo avversario:

Per quanto siano brillanti,
le armi non sono mai altro che strumenti di disgrazia;
giustamente i viventi le hanno in orrore.
Perciò colui che segue la Via non se ne occupa (…).
Per il nobile, non ci sono armi che siano felici;
lo strumento di sventura non è il suo strumento.
Egli vi ricorre, suo malgrado, solo costretto da necessità,
amando sopra tutto la calma e la pace.
Anche nella vittoria, egli non gioisce,
perché, per gioirne, bisogna amare l’uccidere.
Ma uno che si compiace del massacro di uomini
che cosa può compiere nel mondo degli uomini? (…)
Lutto e lamento per il massacro di uomini,
un rito funebre è ciò che tocca al vincitore.

Queste considerazioni di Lao-Tzu [...] sull’obbligo del lutto per l’uomo che ha ucciso il suo avversario non devono essere prese con quella leggera disinvoltura che si riserva volentieri agli aneddoti edificanti sugli usi e costumi del tempo andato. Conviene non solo prenderle sul serio, ma bisogna prenderle alla lettera. L’uomo veramente «civilizzato», se si è trovato nella trappola della necessità che lo ha costretto ad uccidere il suo avversario, non prova gusto a festeggiare una qualche vittoria, non cerca di discolparsi con qualche giustificazione, ma porta il lutto per colui che è morto per mano sua."

Leggi l'intero articolo di Jean-Marie Muller nella traduzione italiana.
L'articolo originale Quand un peuple fête la mort.

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